EAT PLAY & LAUGH EP.4 “Il Miracolo del Fish’n’Chips”

#storie di cibo e esseri umani dall’ultimo mondo, sicuramente il più lontano 

#auckland #newzealand

Mio padre e mia madre ci portavano in giro, di solito la domenica. Fiat 1100 bordeaux e via. Poche decine di km per stare insieme. Pioggia o sole era lo stesso, era divertente.

Ho comprato una Subaru con 300mila km quando sono arrivato. Era del figlio di un vicino che faceva l’università a Dunedin, nel Sud, e voleva liberarsene. Quando l’ho provata aveva il cofano con la presa d’aria come le macchine di American Graffiti. Figo, ho pensato.
Quando me l’ha venduta il cofano era piatto.

“Roba di giovani” mi ha detto. “Già” ho risposto.
Per il resto, a parte un orrido colore bianco, la macchina sembrava in ordine. Certo, strani avanzi organici sparsi un po’ ovunque con qualche buco di brace di sigaretta, o forse altro, nei sedili di velluto e, poi, ragnatele che toglievo la sera e si riformavano la mattina tra gli specchietti laterali, ma niente di pericoloso o inaccettabile. In omaggio, nel vano portaoggetti, una penna blu, una forcina per capelli e una custodia di cd registrabile vuota. Nient’altro.
A parte l’odore di umido, che solo in Nuova Zelanda qualsiasi cosa tu faccia per cacciarlo torna, era perfetta.
Ah no, sotto il sedile del guidatore un ultimo regalo: una cartina di Piha con un pallino blu disegnato vicino al mare e una scritta che diceva “da qui si vede”.

Da Auckland a Piha ci sono su per giù 40 km e un’ oretta di macchina in uno scenario pazzesco, ma, a mio parere, tutto diventa straordinario appena esci dalla città e non perché Auckland non sia bella, ma perché è una città e a un certo punto ti ci abitui.
Purtroppo, siamo partiti tardi, torneremo col buio, ma, se l’autunno è gentile, vedremo un tramonto da urlo.

Questa volta sarà fish’n’chips, Sauvignon Blanc da dieci dollari e novanta e senza alberi sull’etichetta e…Free all the Monsters (che hai dentro di te, questo l’aggiungo io) dei The Bats, seduti davanti al Mare di Tasmania. Felicemente unti e sazi di luce, cielo e colori.

Il fish’n’chips è il cibo ufficiale, storico e più rappresentativo di Kiwiland. Ci sono due posti al mondo dove puoi mangiarlo, veramente. La Gran Bretagna e la Nuova Zelanda, il resto è fuffa. Sì, anche in Sud Africa, in Canada e in America, come nei paesi scandinavi, ma è come dire che la pizza o la pasta si trovano ormai ovunque. E’ chiaro, pacifico.

Solo pesce ricoperto di pastella, fritto nell’olio bollente con una montagna di patatine lunghe, le stick, quelle chiamate alla francese come compagne di festa e naturalmente fritte anche loro e con una buttata di sale. Il tutto avvolto in carta da giornale ad assorbire un po’ d’unto.
I fish ‘n’chips sono onesti, sono esattamente quello che vedi. Il pesce lo scegli tu (in Nuova Zelanda puo essere: cod, tarakihi, snapper, gurnard, hoki e così via: tutto pesce bianco); te lo impastellano davanti agli occhi, come vuoi tu (crumbed o battered o addirittura beer battered, che poi non sono altro che panatura normale come le cotolette, la prima, oppure come per fare le frittelle, la seconda e come per fare le frittelle, ma con l’aggiunta di birra che avendo le bollicine gonfia la pastella quando frigge, la terza.) Non perdo tempo a raccontarvi la ricetta delle varie panature -che è semplice e si può trovare ovunque- perché il fish’n’chips si deve comprare per strada e gustare per strada. Il fish’n’chips, come la pizza, ha un anima infantile, è un ritorno all’adolescenza, quindi, mettetevi dove volete e ungetevi le dita fino a dovervele ciucciare per la bontà. Primo Miracolo.

Blair’s on the Beach è il nostro pusher di fish’n’chips, prendiamo tre porzioni di pesce e 4 di patatine, per il vino ci siamo fermati a Oratia -credo fosse questo il nome del paese- in un dairy dove ho comprato una bottiglia di Sauvignon blanc da una cinese che può avere trent’anni come sessanta e che mi ha raccontato che, ma non son sicuro, suo cugino vive a Milano e ha un negozio di borse. Stavo per dire Paolo Sarpi, ma mi sono sentito spiato (essere a 18.000 km di distanza e trovare un cinese che parla di Milano mi ha inquietato) e ho lasciato perdere. Dieci dollari e novanta e ho

avuto la mia bottiglia. Sì, ancora un Sauvignon Blanc. Qui non lo fanno male e con il pesce è perfetto e poi avevo letto un articolo che raccontava di Dick Frizzell che quando era ancora agli inizi della sua avventura artistica, quasi ogni sera, con sua moglie, si nutrivano a fish’n’chips e Sauvignon Blanc da pochi dollari. Quello, al tempo, permetteva il convento. La fama e tutto il resto sarebbero arrivati più avanti, ma quell’atmosfera doveva essere meravigliosa.
Così, un Sauvignon Blanc da 10.90, senza alberi sull’etichetta. Ah, curiosità: io non so se ci sono tanti vini con un albero disegnato sull’etichetta e neanche mi interessa, ma a parità di prezzo, anzi spendendo un dollaro in più rispetto al Lone Kauri dell’altra volta (costava solo nove dollari e novanta ed era per una buona causa) ho bevuto un tale vinaccio che Bacco sarebbe diventato astemio. Certo, su quasi 300 produttori di vino sparsi in tutta la nazione ce ne saranno con disegnato un albero sull’etichetta, ma a me è parso che i neozelandesi al supermercato comprino il vino che più li aggrada e…. senza farsi influenzare dalle etichette, ma magari io vivo nella Nuova Zelanda sbagliata.
Certe volte penso che noi italiani quando andiamo a visitare o a vivere da qualche parte nel mondo, poi, decidiamo che quel luogo è nostro e solo nostro. Possiamo parlarne solo noi, ne abbiamo l’esclusiva. Benedetta gioventù.

Adesso siamo seduti davanti al mare e stiamo mangiando fish’n’chips, sabbia portata dal vento, un po’ di salsedine e un goccio di questo orrido vino bianco di cui non faccio il nome perché è meglio così.
Mia figlia mi passa un foglio scarabocchiato.

“E’ la cartina di Piha” dico, “No” dice seria “è una mappa del tesoro” (17 anni di donna) si alza e comincia a vagare per la spiaggia. La perdo. Il rumore del mare è fortissimo e continuo, sento gridare e mi alzo di scatto. La vedo, è su uno scoglio e si agita. Non capisco e un po’ spaventato, la raggiungo correndo, quasi cado tra gli scogli, risalgo di un paio di metri, poi forse, un’ altra arrampicata laterale, uno spiazzo in discesa e un leggero salto di un metro. Sono su una guglia di fianco a lei che dice “lo vedi papà?È davanti a noi come diceva la mappa” “Si, lo vedo” rispondo. Sta ruggendo ininterrottamente e spruzza a più non posso, la luce è bianca e fortissima, l’odore che sale dall’acqua che sbatte sulle rocce è pungente, Dio come è bello il mare al tramonto. Secondo Miracolo

Non mi sono dimenticato della musica. La custodia del cd non era vuota, o meglio, sì, ma il disco era infilato nell’autoradio. Ma sentite qua: di un intero cd di 74 minuti l’unica canzone che si sentiva era Free all the Monster dei The Bats. Il disco partiva, suonava il pezzo e tornava all’inizio del brano. The Bats sono uno dei gruppi più importanti della scena indie neozelandese. Considerati tra i padri fondatori e maggiori esponenti di quello stile musicale, chiamato Dunedin Sound, creatosi nel sud della Nuova Zelanda all’inizio degli anni ottanta. A Dunedin, appunto. Una tipologia di suono influenzato da gruppi come Velvet Underground e The Stooges e poi implementato dalle tipiche sonorità fine anni sessanta di gruppi come Beatles o Byrds. Per dovere di cronaca, i The Bats sono di Christchurch e i componenti della band sono gli stessi di quando si sono formati nei lontani anni ottanta. Free all the Monsters è anche il titolo dell’album, ed è pubblicato dalla prima etichetta dei The Bats, la storica Flying Nun. Una curiosità: il disco è stato registrato a Seacliff, a una trentina di km da Dunedin, in un ex- manicomio all’interno di una riserva naturale chiamata “la foresta incantata”. Un cd che suona una sola canzone di un gruppo storico degli anni ottanta, ma il brano è del loro ultimo lavoro, un disco del 2011, chiamato Free all the Monsters e dopo anni di silenzio. Terzo Miracolo.

Quando, quasi due anni fa, Eat Play & Laugh è nato, volevo che fosse come un ritrovo tra amici, una sorta di tavola imbandita attorno a cui ritrovarsi. Il piacere di stare insieme anche quando non si può. EP&L non ha mai avuto la pretesa di essere un libro di ricette, o il giusto match tra vino e qualsiasi cosa che mangiata ci dia soddisfazione e ci faccia stare bene. Forse, l’unico vero obiettivo era far conoscere e condividere buona musica. Ecco, questo sì. Voleva essere quel momento del matrimonio quando i ragazzi tolgono le giacche e allentano le cravatte e le ragazze rimangono a piedi nudi. Il momento in cui la condivisione della propria vita con qualcun’altro fa ridere, o piangere tutti… ma perché si è contenti. Volevo che fosse un viaggio per tutti, per chi è troppo pigro e dice sì, ma poi non ci riesce. Per chi vorrebbe, ma non ne ha il coraggio, alla fine. Per tutti quelli che sono viaggiatori perché la loro testa viaggia così tanto che sono sempre stanchi. Per tutti, proprio tutti… Perché di un viaggio non è importante dove andiamo, ma il modo in cui percorriamo la strada. Perché una fotografia non è solo il soggetto, ma quello che riusciamo a vedere fuori dal quadro.

Prendete la mappa e cercate il vostro “da qui si vede”.

Ciao dall’ultimo mondo, sicuramente il più lontano.

Free all the Monsters The Bats http://www.youtube.com/watch?v=fowSuIP3Y-I 

Paolo Re - My Family Goes To -

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Lantern Festival 2013 Year of the Snake


The Night before… Awesome

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